Uomini. Visi di uomini. Giovani uomini di colore che Mario Loprete dipinge con impeccabile tecnica, quasi fotografica. Ti sembra di averli gią visti da qualche parte e ti chiedi dove; sono volti familiari, facce conosciute sia pure di sfuggita. Puoi averli incontrati nelle strade della tua cittą o nella palestra che frequenti o durante l'ultima caldissima estate lungo le spiagge assolate, mentre occupavano una piccola parte d'ombra del tuo ombrellone cercando di venderti gentilmente una delle loro borse o qualche ninnolo. Con qualcuno ti intrattieni pił spesso e giorno dopo giorno ascolti, nel loro italiano stentato, come fuggire dai loro paesi era l'unica possibilitą di salvezza. Con il volto ed il corpo d'ebano sporchi di granelli di sabbia e con l'intensitą dei loro grandi occhi di velluto scuro ti parlano delle loro paure,delle loro donne, di figli lasciati in terre africane, del bisogno di pace e delle guerre tribali dalle quali sono sfuggiti. Sono i visi delle nostre cittą multietniche, in cui le differenze sono in aumento, nelle quali i nuovi arrivati non solo lavorano, producono, contribuiscono, ma fanno anche cultura, socialitą, integrazione, progresso. Mario Loprete ce li propone con facce che nascondono le loro paure e che sembra ti dicano: "Sono venuto nel tuo paese, con il cuore in mano, espulso dal mio, un po' volontariamente e molto per bisogno. Sono venuto, siamo venuti, per guadagnarci da vivere, per salvaguardare la nostra morte, guadagnare il futuro dei nostri figli, l'avvenire dei nostri anni gią stanchi, guadagnarci una posteritą che non ci faccia vergognare." E' la confessione del migrante Momo, il protagonista del romanzo-diario di Tahar Ben Jelloun (Le pareti della solitudine-Einaudi). Joseph C. Fekete
R. Amoroso
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C. Argenteri
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